È più che mai urgente continuare a lasciarsi provocare dalla domanda di Gesù: “Che giova, che serve guadagnare il mondo intero, se poi evidentemente perdiamo noi stessi, roviniamo noi stessi; se da questo guadagno non emerge la possibilità di corrispondere a tutta la portata del nostro cuore, di essere noi stessi veramente, fino in fondo, pienamente?”. E che cosa ci può essere di più grande e urgente di noi stessi, del nostro cuore? Cosa ci può essere di più grande e urgente che trovare e riconoscere la presenza di “Qualcuno” che possa rispondere e colmare la voragine di bisogno e desiderio di cui è segnato radicalmente il nostro cuore, che è il nostro cuore? E qui entra in gioco la nostra libertà, che ci è data proprio perché possiamo metterci in gioco con tutta la ragione, con tutta l’apertura della ragione, rispetto a queste domande decisive, che urgono ed emergono - come abbiamo visto in tutto questo cammino - proprio dalle viscere del nostro essere, dalle viscere del nostro umano che vive la realtà di ogni giorno. Senza prendere sul serio - ma proprio sul serio - il grido del nostro cuore e senza l’adeguata apertura di tutto noi stessi rispetto a questo grido, senza assecondare continuamente questo grido proprio per cercare e riconoscere la risposta a queste domande viscerali del nostro essere, la vita non è vita, è solo sopravvivenza, è solo un sopravvivere in cui ci si ritrova “a perdere la vita vivendo”, momento dopo momento, parafrasando quello che afferma il grande T. S. Eliot nei Cori da “La Rocca”: “Dov’è la vita che abbiamo perduto vivendo?”.
Senza questa “risposta”, la vita è solo un ritrovarsi nella drammatica esperienza di uno smarrimento continuo, pieno di solitudine, insicurezza, paura, angoscia, delusione; è un ritrovarsi nell’assedio di un “nulla” che si insinua in tutto quello che si vive e con cui ci si rapporta. Pur continuando a vivere, ci si ritrova a perdere la vita vivendo, a perdere sé stessi vivendo. Senza prendere sul serio la provocazione delle parole di Gesù che abbiamo messo a tema, la sfida che c’è di mezzo nelle parole di Gesù, senza prendere sul serio il cammino che abbiamo fatto finora, il rischio di “perdere la vita vivendo” è evidentemente una realtà. Qualsiasi “tipo” di tentativo di anestizzazione o di evasione da questa realtà non sarà mai capace di non farla, prima o dopo, emergere drammaticamente.
Come vi dicevo qualche istante fa, basta stare alla semplice e tragica cronaca quotidiana, in cui si registra un costante e spaventoso numero di suicidi, una sempre più diffusa, tragica e disarmante violenza familiare e sociale, l’aumento di varie e deleterie dipendenze e di patologie mentali. Ma basta anche stare ed essere leali con la nostra esperienza umana di tutti i giorni… perché non è possibile snaturare la vita, “ciò” che siamo, il nostro cuore, la struttura originale e irriducibile del nostro io; non possiamo snaturare ciò che in maniera insuperabile ed essenziale afferma sant’Agostino: “Ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te”. Questo siamo, questo è l’io in maniera costitutiva, irriducibile e inestirpabile, e sul quale non abbiamo nessun potere.
Allora, chi può abbracciare, rispondere, soddisfare questo nostro io, l’abisso che è il nostro cuore? Chi può non farci soccombere a questo nichilismo imperante? Chi può non farci “perdere la vita vivendo”, ma farcela guadagnare momento per momento, dentro qualsiasi e ogni circostanza che ci accade di vivere, fino a quelle più drammatiche e dure? Rispetto a queste domande non reggono i discorsi, nemmeno i discorsi di tipo religioso; non regge un richiamo sui valori, sul ripristino di valori, di regole o paletti morali.
Quello che occorre è la possibilità di incontrare nella realtà una “presenza” capace di abbracciare questo nostro cuore irriducibile; di incontrare una “presenza”, una “carne”, delle presenze di carne e sangue che siamo capaci di abbracciare e di offrire una risposta reale e sperimentabile a questo grido che segna la vita, la carne di ogni uomo e di ogni donna, che segna profondamente, visceralmente e incessantemente il cuore e l’umano di ogni uomo - anche se spesso in maniera inconsapevole e soprattutto mascherata. Occorre incontrare, riconoscere, seguire e attaccarsi ad una presenza carnale, ad una compagnia carnale che ci renda capaci di guadagnare la vita vivendo.
Ritornando al messaggio di Papa Benedetto XVI, lui ad un certo punto dice: “A questo punto però sorge una domanda. Non è forse strutturalmente impossibile all’uomo vivere all’altezza della propria natura? E non è forse una condanna questo anelito verso l’Infinito che egli avverte senza mai poterlo soddisfare totalmente? Questo interrogativo ci porta direttamente al cuore del cristianesimo. L’Infinito stesso, infatti, per farsi risposta che l’uomo possa sperimentare, ha assunto una forma finita. Dall’incarnazione, dal momento in cui il Verbo si è fatto carne, è cancellata l’incolmabile distanza tra finito e infinito: il Dio eterno e infinito ha lasciato il suo Cielo ed entrato è nel tempo, si è immerso nella finitezza umana. Nulla allora è banale o insignificante nel cammino della vita e del mondo. L’uomo è fatto per un Dio infinito che è diventato carne, che ha assunto la nostra umanità per attirarla alle altezze del suo essere divino. (…) Ogni cosa, ogni rapporto, ogni gioia, come anche ogni difficoltà, trova la sua ragione ultima nell’essere occasione di rapporto con l’Infinito, voce di Dio che continuamente ci chiama e ci invita ad alzare lo sguardo, a scoprire nell’adesione a Lui la realizzazione piena della nostra umanità”.
La risposta all’anelito di Infinito del nostro cuore, la risposta a questo nostro io irriducibile, la risposta a questo abisso che è il nostro cuore, alla fame e alla sete infinita del nostro cuore e della nostra carne, si è fatto Uomo, è entrato nel mondo nella carne di un Uomo, nella carne di Gesù. La risposta che può colmare quell’abisso della vita che siamo è accaduta nella storia nell’uomo Gesù di Nazareth. Solo l’essere presi dalla sua presenza può rispondere all’anelito insopprimibile, inestirpabile del nostro cuore, del nostro desiderio, a tutta la nostra esigenza di senso, di amore, di bellezza, di gioia, di soddisfazione piena e permanente; solo l’essere presi dalla sua presenza può strapparci e liberarci dall’assedio di un nichilismo invadente e farci guadagnare la vita e noi stessi, momento per momento, dentro qualsiasi condizione.
Perché Gesù ha potuto porre la domanda: “Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero se poi perde sé stesso?”…Solo perché Gesù sa di che cosa è fatto il nostro cuore, e lo sa perché lo ha fatto Lui e lo ha fatto per Lui; e solo Chi ha fatto il nostro cuore può rispondere, corrispondere pienamente al nostro cuore.
Solo Chi ha tessuto e ci ha dato la vita può darci vita momento per momento: la vita vera, la vita piena, la vita sovrabbondante, la vita felice. Solo Chi ha fatto il nostro cuore sa che il nostro io, il nostro umano, la nostra vita, non potranno mai guadagnare vita, bellezza, gioia, pienezza, soddisfazione… guadagnando il mondo intero, guadagnando e raggiungendo “ciò” che si è immaginato, autonomamente e pretenziosamente supposto come realizzazione e compimento di sé.
Solo Chi ha fatto il nostro cuore per Lui sa che senza di Lui la vita non potrà mai raggiungere quella soddisfazione anelata dal cuore, quella pienezza desiderata dal cuore, quella felicità anelata e desiderata indomabilmente dal cuore.
Solo Chi ci ha fatto per Lui sa che senza di Lui non si potrà mai essere capaci di trovare quella forza di affronto, di reazione adeguata, di permanente resistenza rispetto al dramma della vita, rispetto al drammatico rapporto con la realtà di tutti i giorni; rispetto all’assedio di quel nichilismo che non solo è sempre più imperante clima sociale e culturale, ma soprattutto viscida e strisciante realtà che fin dal primo mattino tenta di permeare il fondo della nostra coscienza, che fin dal primo mattino aggredisce la nostra mente e i nostri pensieri.
Solo Chi ha fatto e tessuto il nostro cuore è capace di abbracciare e spiegare il nostro umano in tutti i suoi sintomi di malessere, di vuoto, di noia, di apatia, di solitudine… perché questi sintomi parlano di Lui, della mancanza di Lui, del bisogno di Lui, del desiderio di Lui, della presenza dell’Infinito di cui siamo fatti, della presenza di Cristo, dell’Infinito fatto carne; perché questi sintomi mostrano la realtà e la verità tangibile e sperimentabile di “ciò” che Gesù afferma con quella domanda; perché questi sintomi mostrano che qualsiasi guadagno, conquista o successo umano immaginati, concepiti, ricercati, rincorsi, raggiunti da noi non possono bastare al cuore, non possono colmare quell’abisso che è il cuore, non possono corrispondere a quella mancanza, a quella sete e fame di Infinito che siamo originalmente, strutturalmente, ineludibilmente; perché questi sintomi mostrano e smascherano la menzogna dei “falsi infiniti” con cui noi invece vorremmo soddisfare la vita e far consistere la piena realizzazione ed esaltazione del nostro io.
Solo Gesù può porre quella domanda perché è la presenza nella carne dell’Eterno Padre che ha tessuto il nostro cuore con questo desiderio incancellabile e irriducibile di Lui; e sa che senza di Lui, strappandosi da Lui, non solo non c’è la vita, non c’è la possibilità della Vita, di un io libero, pieno, soddisfatto, felice, massimamente generato e incrementato, ma si perde la vita: si perde sé stessi, ci si ritrova a rovinare sé stessi nella schiavitù della menzogna dei “falsi infiniti; si perde la vita vivendo, vivendo nella menzogna e nella pretesa di essere gli assoluti artefici del proprio io, gli assoluti artefici del proprio e anche dell’altrui destino.
Nicolino Pompei