Diretto da Giovanni Veronesi e interpretato da Pierfrancesco Favino e Silvio Orlando, “Dio ride” è un film in programmazione in questi giorni nelle sale cinematografiche italiane.
La vicenda narrata non è tratta da una storia vera, ma il film propone una ricostruzione molto realistica del contesto sociale, culturale e religioso dell’Italia del milleseicento; anche i personaggi, seppur non realmente esistiti, sono fortemente verosimili.
Il confronto tra l’umanità attraente di chi sa parlare al cuore della gente, suscitando interesse e amore per Cristo e la Sua Chiesa, e l’altezzosità di chi detiene il potere e si sente sempre nel giusto e nella verità, allontanando di fatto gli altri dalla fede, facendoli sentire inadeguati e sbagliati, è al centro di tutto il film. Lo scontro tra Gesù e i farisei, tra Gesù e il sinedrio, narrato dal Vangelo, si ripropone nella storia in tante versioni diverse a seconda delle epoche. In questo film si manifesta tra la simpatia, la semplicità e la radicalità di fra Leopoldo da Casamacchia, magistralmente interpretato da Favino, e i vari esponenti della Chiesa ufficiale al tempo dell’Inquisizione.
Bellissima la figura del cardinal Vincenzo Maculani, interpretato da Orlando, che dal rapporto con fra Leopoldo, neppure sacerdote e semplice frate ignorante, si lascia toccare e provocare. È un Gamaliele della situazione; nella sua figura si trovano i tratti di Nicodemo e di Giuseppe d’Arimatea, membri del sinedrio che avevano aperto il cuore al Nazareno e si lasciavano da Lui interrogare, mettendo in gioco la loro ragione e la loro libertà nella considerazione di chi fosse realmente Gesù.
Parimenti interessante è la giovane contessa Isabella Del Debbio, che sin dal primo incontro con fra Leopoldo, si ritrova attratta dal suo sguardo, dalla sua umanità, dal suo riuscire ad arrivare dritto al cuore delle persone, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia.
Volendo essere queste mie righe un invito a vedere il film, non entro volutamente su altri personaggi e momenti del lungometraggio, né su una maggiore riflessione su quelli citati,rimandandone l’approfondimento a successive occasioni.
Solamente lascio due chiavi di lettura. La prima riguarda le nostre immagini e i nostri pregiudizi, frutto della nostra misura, che spesso ci impediscono un rapporto leale con noi stessi, con la realtà e con gli altri, ostacolandoci nel riconoscimento della verità. La seconda è la semplicità e la facilità del Cristianesimo, che fra Leopoldo testimoniava in un’epoca oscura e terribile, in cui Dio veniva invece proposto come giudice e la fede ridotta a una sola coerenza morale distante e irraggiungibile. Il titolo del film lascia intuire la vicinanza e il coinvolgimento con l’aggrovigliata vicenda umana che Dio manifesta in ogni epoca e che fra Leopoldo testimonia nella sua.
Dopo aver visto il film, ho avuto desiderio di rileggere e lavorare su un brano di Nicolino che s’intitola “Gratia facit fidem… un Avvenimento semplice, facile” tratto dal suo approfondimento “Questa vita che ora io vivo nella carne la vivo nella fede del Figlio di Dio” vissuto al nostro Convegno del 2020. Lo allego a queste mie righe, come strumento di riflessione e giudizio per chi vorrà accoglierlo.
BARBARA BRACONI