QUELLO CHE ABBIAMO DI PIÙ CARO

L’irriducibilità di quel “luogo” che abbiamo in mezzo al petto

Brano di Nicolino Pompei tratto dall’approfondimento “Noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato”

Ascoltiamo la canzone La bellezza di Niccolò Fabi. Il ritornello dice: “Eppure ci manca sempre qualcosa, in fondo ci manca sempre qualcosa”. Ci manca sempre qualcosa perché siamo strutturalmente, costitutivamente questa mancanza infinita, perché l’io di ciascuno è radicalmente e permanentemente segnato da un abisso, da un vuoto, da una mancanza, da un profondo bisogno, da un radicale desiderio… che non rappresentano una specie di carenza o di insufficienza di “qualcosa”, non sono un grave difetto di personalità da cui guarire, ma semplicemente un richiamo, un segno indelebile dell’infinito desiderio del cuore, di tutta la sua natura infinita, inestinguibile e irriducibile. Per questo, in ogni momento del nostro cammino non può mai mancare il nostro umano, il nostro umano per quello che è permanentemente e indomabilmente; non può mai mancare questo assoluto bisogno che siamo, questo irriducibile e persistente abisso che è il nostro cuore, la strutturale e costitutiva mancanza che siamo, che segna radicalmente il nostro cuore. Occorre semplicemente essere attenti e seriamente interessati alla realtà del proprio umano in atto, del proprio umano che emerge dal rapporto con la realtà, non solo nei momenti e negli aspetti più drammatici ma anche in quelli più feriali e comuni.

Scriveva, qualche tempo fa su Instagram, il rapper Marracash dopo la conclusione del suo tour, in cui aveva avuto un enorme successo: “Il tour è finito e mi ha lasciato dentro un vuoto e un silenzio innaturale. È incredibile come aspettare così tanto qualcosa, progettarla, provarla, metterla in atto e portarla a compimento abbia sempre un contraccolpo così pesante. Quello delle grandi imprese, quello di «e ora che faccio?»”.

In fondo, è la medesima domanda che, nella canzone Shallow, si pongono Lady Gaga e Bradley Cooper: “Dimmi qualcosa ragazza, sei felice in questo mondo moderno? O hai bisogno di più? C’è qualcos’altro che stai cercando? Sto precipitando. (…) Dimmi qualcosa, ragazzo. Non sei stanco di cercare di riempire quel vuoto? O hai bisogno di più?”.

La giornalista Marina Corradi, qualche tempo fa, in un suo articolo su Avvenire, faceva emergere questo “vuoto” nella descrizione di “certe domeniche a Milano”. “Milano la domenica è viva in centro, oppure nei colossi commerciali delle periferie che sono le nuove cattedrali. Ci vanno, in tanti, per comprare o anche solo per distrarsi con i bambini. Cercano di riempire di cose quel ‘luogo’ che abbiamo in mezzo al petto, e che altrimenti, libero dall’ansia del lavoro, nei giorni festivi teme il vuoto”.

È veramente di uno struggente, essenziale e incontestabile realismo questa descrizione! Se siamo seri con la nostra esperienza, soprattutto in certi momenti come quelli che descrive Marina Corradi, “quel luogo che abbiamo in mezzo al petto” - che è il nostro cuore -, quando siamo liberi dall’ansia di qualsiasi occupazione, lo sentiamo emergere con la paura di quel vuoto vertiginoso che avverte intimamente e radicalmente. E facciamo di tutto per distrarci da questo vuoto, facciamo di tutto per evitare di incontrarlo, di sentirlo, di pensarlo; tentiamo in tutti i modi di riempirlo con frenetiche e mondane occupazioni - e io direi anche con devotissime e spirituali occupazioni - non riuscendoci evidentemente mai.

Mi ha colpito profondamente leggere le parole di uno scrittore americano, David Foster Wallace, tragicamente morto suicida, che in una lunga intervista ad un certo punto afferma: “Fa veramente paura stare al mondo ed essere umani. (…) Il volto che do a quel terrore è la nascente consapevolezza che nulla è mai abbastanza, mi spiego? Che il piacere non è mai abbastanza, che ogni traguardo raggiunto non è mai abbastanza. Che c’è una sorta di strana insoddisfazione, di vuoto, al cuore del proprio essere, che non si può colmare con qualcosa di esterno. (…) E la sfida che ci si prospetta, in particolare, sta nel fatto che non c’è mai stata così tanta roba, e di qualità tanto alta, proveniente dall’esterno, che sembra tappare provvisoriamente quel buco, o nasconderlo”.

Provvisoriamente, perché non ci si riesce mai, perché qualsiasi “roba”, anche la più qualitativamente alta, qualsiasi fattore, rapporto, piacere a qualsiasi livello è incapace di riempire quel vuoto, quel “buco” che abbiamo in mezzo al petto. Perché quel vuoto non segnala, non registra una carenza da colmare a qualsiasi costo, a qualsiasi livello, con qualsiasi cosa o persona, ma indica e richiama una mancanza radicale e costitutiva che segna il nostro cuore, che è il nostro cuore. E lo verifichiamo drammaticamente dalle conseguenze nefaste che vediamo emergere in maniera sempre più crescente a livello personale, familiare, sociale; dalle conseguenze deleterie - anche a livello patologico o di inaudita violenza - che riscontriamo nel nostro umano e nella nostra vita quando questo vuoto, questo “buco” - “quel luogo che abbiamo in mezzo al petto” - lo evitiamo, lo riduciamo, o quando cerchiamo di colmarlo, di riempirlo, di soddisfarlo da noi stessi, con tutti i nostri immaginati, parziali, effimeri, mondani e supponenti tentativi. Questo è vero anche quando possiamo vedere momentaneamente realizzati i nostri tentativi o anche quando si raggiungono traguardi che ci si è prefissi e sforzati di raggiungere, perché comunque qualsiasi tentativo realizzato secondo la nostra immagine o qualunque traguardo raggiunto, anche “buono”, non è mai “abbastanza”, nulla è mai “abbastanza”: questo è ciò che più evidentemente richiama e sempre ci rinfaccia la natura del nostro cuore, è il vero “nome” della natura del nostro cuore. Diceva Pavese: “Quello che l’uomo cerca nel piacere è un infinito”, e quindi al di fuori dell’Infinito nessun piacere, anche il più estremo, può risultare mai “abbastanza”.

Per questo, nel nostro cammino personale non possono mai venire meno la consapevolezza e l’emergenza della nostra vera natura umana, del nostro umano, del nostro cuore per quello che è sempre, irriducibilmente e ineludibilmente sempre - come ci è stato mostrato proprio da queste drammatiche testimonianze. Infatti, se Cristo è la risposta a tutta l’esigenza, l’attesa, la domanda, la mancanza, il bisogno, il desiderio del nostro umano, e se non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato, occorre che in gioco, a verificarlo, a dirlo, a mostrarlo sia sempre il nostro umano per quello che è, irriducibilmente. Questa esperienza non può essere a tempo, non può riguardare il nostro passato, ma il nostro umano di adesso; deve essere un’esperienza presente del nostro umano presente adesso. Altrimenti - come vi dicevo qualche istante fa - ci troveremo ad affermare il cristianesimo, la presenza di Gesù, le parole che abbiamo messo a tema, solamente con un discorso astratto e prettamente dialettico, e quindi senza la “carne” della nostra esperienza umana e senza alcun interesse e nessuna presa sull’umano, sul cuore e la ragione di nessuno, a partire dal nostro umano, dal nostro cuore, dalla nostra ragione.

Perché insisto su questo richiamo? Perché è decisivo per essere sempre aperti e attenti ad incontrare, a continuare ad incontrare, a godere, a verificare, a fare esperienza nel presente - circostanza dopo circostanza, a qualsiasi livello o intensità - della presenza viva, salvifica e massimamente esaltativa di Cristo; a fare esperienza della pertinenza, della convenienza, della crescente sovrabbondanza, esaltazione e impareggiabilità della vita attratta e attaccata a Lui. Insomma, è decisivo per non ritrovarsi ancora qui - così come in cammino - senza sapere minimamente di cosa si tratta o cosa diciamo quando usiamo certe espressioni o quando parliamo di quello che abbiamo messo a tema. E questo lo si vede e lo si vedrà sempre proprio nell’evidenza dell’esperienza del nostro umano in atto.

Ascoltiamo cosa diceva anni fa, in maniera spettacolare, il cardinal Ratzinger: “La risposta che il messaggio cristiano dà alla domanda sull’umana esistenza presuppone precisamente questa domanda; il messaggio cristiano si può intendere e si può quindi esperire nella sua autenticità soltanto dove in precedenza la domanda sulla condizione umana sia stata sofferta come domanda. La vitalità della risposta cristiana esige quindi fondamentalmente l’esperienza vitale della domanda; l’annuncio cristiano non può che ricevere continuamente da questa domanda la sua vita e la sua realtà nell’umanità. Per questo motivo, da un lato deve essere destata la domanda, dall’altro lato il messaggio cristiano si deve continuamente lasciar ridestare dal reale interrogarsi degli uomini su sé stessi (solo così, allora, la risposta potrà trovare attenzione, ascolto, accoglienza). Il dialogo, quindi, sarà sempre prima di tutto e sostanzialmente un prendere sul serio la ricchezza e la profondità dell’umano interrogarsi. Infatti, tale partecipazione a tutta la passione della condizione umana e perciò alla domanda che l’essere umano come totalità significa, è necessaria affinché il messaggio resti sempre sé stesso nelle diverse circostanze”.

Che conforto ascoltare queste parole rispetto al nostro cammino e alla nostra educazione! Perché è solo così che l’avvenimento di Cristo, il cristianesimo come avvenimento redentivo ed esaustivo di tutto l’umano può tornare a diventare di nuovo interessante, può sfidare la ragione e la libertà di ogni uomo, a partire dai nostri giovani. (E questo metodo necessario è infinitamente più efficace di qualsiasi astratto accorgimento pedagogico o di qualsiasi strategia per raggiungere qualsiasi uomo, a partire dai nostri ragazzi).

Nicolino Pompei

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