“Se guardi nelle tasche della sera,/ ritrovi le ore, che conosci già, /ma il riso dei minuti cambia in pianto ormai,/e il tempo andato non ritroverai!”.
Quanto è amara questa constatazione tratta dal testo del brano musicale “Un altro giorno è andato” di Francesco Guccini. Con queste parole il poeta esprime in modo ineguagliabile l’inesorabile scorrere del tempo e si colloca sulle tracce della letteratura latina: si pensi, ad esempio, a Virgilio: “Et fugit interea, fugit irreparabile tempus”. Si tratta di uno scorrere che, purtroppo, agli occhi del cantautore non è né salvifico né a vantaggio della persona umana, bensì privo di speranza. L’uomo tenta di fare “goffi voli”, ma tutto è vano: “Vorresti alzarti in cielo a urlare ‘Chi sei tu’, ma il tempo passa e non ritorna più!”.
Il giorno 6 agosto 2026 per il professor Guccini è andato come ultimo: il giorno dopo sia la TV sia i giornali ne hanno dato il triste annuncio.
Per noi quasi sessantenni le canzoni di Francesco Guccini proruppero nella nostra vita come una bomba nel lontano anno 1984: il musicista e compositore tenne in quest’anno quel famoso concerto all’aperto in Piazza Maggiore a Bologna (con grandissimo afflusso di partecipanti) dal titolo “Tra la Via Emilia e il West” – così anche il nome del doppio album omonimo, allora un “33 giri”, che uscì subito dopo e da cui noi a quel tempo sedicenni rimanemmo affascinati.
Per la prima volta ci rendemmo conto che non si trattava di canzonette d’amore della domenica pomeriggio, composte a scopo d’intrattenimento, ma di canzoni dai testi con un contenuto “esistenziale” e mai “politico”, come teneva a precisare il cantautore stesso.
“Non starò più a cercare parole che non trovo,/ per dirti cose vecchie con il vestito nuovo,/ per raccontarti il vuoto, che al solito ho di dentro,/ e partorire il topo vivendo sui ricordi, giocando coi miei giorni, col tempo.” (Canzone quasi d’amore, 1976). Come si fa a dire “cose vecchie” in un “vestito nuovo”? Come è possibile “raccontare il vuoto”, che uno ha di dentro e poi “partorire il topo” – il pensiero è oraziano, De arte poetica – giocando coi ricordi e col tempo?
Ecco il dramma dell’esistenza, di un’esistenza insoddisfatta, che porta ad un vuoto interiore, il quale però, in ogni caso, deve essere comunicato, esternato, raccontato!
Nei testi di Francesco Guccini raramente si trova la speranza, ma si trova. Si pensi al brano “Quello che non” interpretato originariamente insieme ai “Nomadi”, con la triplice ripetizione, che ricorre alla fine di ogni ritornello, “Non siamo, non siamo, non siamo!” Ed invece noi, a quell’età e fino al nostro tempo, sentivamo di “essere” e di “esserci”: avevamo la coscienza di vivere, di soffrire, di mangiare, di bere, di lavorare, di divertirci e tutto con un senso! Da qui, a volte, la nostra incapacità di accettare un contenuto esistenziale, che nello stesso tempo nega l’esistenza. Il “Nihilismo” è destinato a fallire: in filosofia, come si sa, non è neanche possibile pensare al Niente. Si può pensare al Niente soltanto come un “Qualcosa”, che però dovrebbe essere un Niente, e ciò è impossibile.
Mettendo da da parte l’ingarbugliata “metafisica del Nulla” mi soffermo su una canzone – forse la più conosciuta – cioè “Dio è morto”: anche qui, fin dall’inizio apparentemente senza speranza, ricorre poi nell’ultima strofa la menzione che “Dio è risorto”: “perché noi tutti ormai sappiamo, che se Dio muore è per tre giorni e poi è risorto!” Il cantautore per correttezza non si ferma alla morte, ma la sorpassa e lascia spazio alla speranza salvifica della Resurrezione.
Questi sentimenti sono stati suscitati dalle canzoni di Francesco Guccini dentro di noi: ci hanno spinto a porci domande sulla vita, sulla morte e sull’intero esistenzialismo ed anche in maniera continua! Spesso noi a quell’età, o abbiamo accettato le risposte date dallo stesso cantautore, oppure non abbiamo avuto risposte.
Il desiderio di “sapere” ha mosso Francesco Guccini; anch’egli spesso non ha risposte: “Vorrei sapere a che cosa è servito vivere, amare, soffrire,/ spendere tutti i tuoi giorni passati,/ se presto hai dovuto partire,/
se così presto hai dovuto partire.” (“Canzone per un’amica”, che compare anche sotto il titolo “In morte di S.F.”).
La maggior parte delle sue canzoni furono scritte da lui nell’arco di una notte: “O viene, o non viene”, come disse lui stesso, e questo fenomeno si chiama “ispirazione poetica”. L’esistenzialismo di Francesco Guccini si esterna così: un’esistenza trascorsa a “frugare dentro alle miserie umane”, a “costruire su macerie”, a “mantenersi vivo” e a scriverci sopra canzoni: “Se son d’umore nero, allora scrivo, frugando dentro alle nostre miserie,/ di solito ho da far cose più serie, costruir su macerie o mantenermi vivo!” (L’avvelenata).
Nella sua carriera durata oltre cinquant’anni Francesco Guccini pubblicò più di venti album; viene ricordato anche come romanziere e attore. Ma egli si è mantenuto vivo – e continuerà ad esserlo – soprattutto nei testi e nella musica di ogni sua canzone, a cominciare dal suo primo album “Folk beat nr.1” (1967), poi “Radici” (1972), fino alla sua affermazione con l’album “Via Paolo Fabbri 43” (1976).
Nel brano “Una canzone” (tratto dall’album “Ritratti”, 2004) egli spiega cosa sia appunto una canzone:
“Una canzone può aprirti il cuore con la ragione o col sentimento,/ fatta di pane, vino, sudore, lunga una vita, lunga un momento;/ si può cantare a voce sguaiata, quando sei in branco per allegria/ o la sussurri appena accennata, se ti circonda la malinconia/ e ti ricorda quel canto muto la donna che ti ha fatto innamorare,/ le vite, che non hai vissuto, e quella che tu, vuoi dimenticare.”
Ecco, le canzoni di Francesco Guccini ci hanno aperto il cuore (e la mente) con la ragione e con il sentimento; le abbiamo cantate, raramente, a voce sguaiata, ma la maggior parte delle volte in modo sommesso, sempre sussurrate, appena accennate e ci ricordano per lo più la vita che abbiamo vissuto e che non vogliamo dimenticare.
Caro Francesco, grazie per sempre.
Antonio A.