Quello che spesso sentiamo in noi come “qualcosa” che vorremmo strapparci di dosso, come un peso che non riusciamo a sopportare, una voragine che sentiamo incolmabile, risulta e può essere riconosciuto proprio come il nostro più grande alleato. Un formidabile alleato, innanzitutto perché mostra la realtà concretissima di “ciò” che abbiamo messo a tema: che non giova a nulla guadagnare il mondo intero per colmare quel “vuoto” che sentiamo predominare in noi stessi; che non c’è niente e nessuno che possa colmare quell’insoddisfazione che sentiamo predominare e riemergere sempre dal nostro cuore, anche dopo aver raggiunto “ciò” che ci eravamo prefissati, “ciò” che avevamo immaginato come massima realizzazione e soddisfazione di noi stessi.
E soprattutto è un formidabile alleato perché ci dice che siamo fatti bene: quel “vuoto”, quella “voragine”, quella “mancanza”, quel “bisogno”, quel “desiderio” ci mettono davanti alla nostra vera natura, all’anelito di Infinito, alla radicale e ineludibile fame e sete di Infinito che siamo; e quindi a quell’assoluta irriducibilità del nostro umano, all’assoluta irriducibilità del nostro io rispetto a qualsiasi “risposta” che non sia adeguata e non corrisponda alla sua vera natura. Una irriducibilità che evidentemente non si riesce a tenere a bada e a contenere (e sono proprio i sintomi che ci troviamo addosso che lo mostrano, che ce lo rinfacciano); una irriducibilità del nostro io che - nonostante tutti i nostri tentativi di riduzione, di evasione, di azzittimento, di anestetizzazione - prima o dopo prorompe, esplode e grida: esplode e grida anche con drammatica o tragica violenza. Ma anche questa prorompente e drammatica irriducibilità è, contemporaneamente, una formidabile alleata che ci dà il criterio per verificare e riconoscere “chi” o “che cosa” può rispondere e soddisfare questo nostro cuore, nella sua ineludibile e vera natura.
Il grande scrittore Camus ce lo fa sentire attraverso la voce del suo Caligola: “Ma io non sono matto. Anzi, non sono stato mai così lucido (ragionevole). Ho provato semplicemente un’improvvisa sete di impossibile… Le cose, così come sono, non mi sembrano di tutto riposo… Questo mondo, così com’è, non è sopportabile. Perciò ho bisogno della luna, o della felicità, o dell’immortalità: insomma di qualche cosa, poniamo, di pazzesco, purché non sia di questo mondo”.
Torniamo ad ascoltare il grido di Miguel Mañara nell’opera di Milosz. Miguel è un uomo carnalmente dissoluto fin dalla sua giovinezza che, ad un certo punto della sua vita, si ritrova a dover fare i conti con il suo cuore, con la voragine incolmabile che emerge dal suo cuore e che la sua vita dissoluta non è riuscita a colmare: “Ho trascinato l’amore nel piacere, e nel fango, e nella morte… Mangio l’erba amara dello scoglio della noia. Ho servito Venere con rabbia, poi con malizia e disgusto… Certo, nella mia giovinezza, ho cercato anch’io, proprio come voi, la miserevole gioia, l’inquieta straniera che vi dona la sua vita e non vi dice il suo nome. Ma in me nacque presto il desiderio di inseguire ciò che voi non conoscerete mai: l’amore immenso, tenebroso e dolce… Ah! Come colmarlo, questo abisso della vita? Che fare? Perché il desiderio è sempre lì, più forte, più folle che mai. È come un incendio marino che avventi la sua fiamma nel più profondo del nero nulla universale!”.
Possiamo guadagnare il mondo intero, vivere di “tutto” in maniera eccessiva, esagerata, smodata e smisurata; possiamo ostinatamente tentare di appagare il nostro cuore con frenetiche occupazioni o con estreme e sistematiche esperienze mondane, ma il cuore, il desiderio del cuore, quella voragine che è il cuore, è sempre lì, più forte che mai, più indomabile che mai, irriducibile a qualsiasi nostro tentativo, immagine, idea di appagamento o di soddisfazione, irriducibile a qualsiasi nostra misurazione. Possiamo guadagnare il mondo intero, possedere tutto, avere il potere di tutto e su tutto, raggiungere il massimo della nostra realizzazione secondo le più svariate immagini, idee, progetti che abbiamo della vita, ma il nostro cuore non possiamo possederlo, non possiamo manipolarlo, tentare di cambiargli la natura; e quindi non possiamo evitare che ci mostri e ci faccia sentire drammaticamente il fallimento dei nostri tentativi di soddisfarlo con dei “falsi infiniti”. Possiamo ostinatamente immaginare che la sua soddisfazione possa trovarsi in qualsiasi fattore, circostanza, realtà o rapporto prestabilito da noi o imposto dal potere o dalla mentalità comune, ma prima o dopo il cuore ci presenterà il suo conto salato proprio nel fatto che “ciò” che abbiamo immaginato e raggiunto è incapace di poter colmare e soddisfare pienamente e permanentemente la sua esigenza più profonda.
Anche il grande Clemente Rebora in una sua poesia ci fa sentire, in maniera eccezionale ed essenziale, questa drammatica esperienza dell’umano: “Qualunque cosa tu dica o faccia / c’è un grido dentro: / non è per questo, non è per questo! / E così tutto rimanda a una segreta domanda, / l’atto è un pretesto. (…) Nell’imminenza di Dio / la vita fa man bassa / sulle riserve caduche, / mentre ciascuno si afferra / a un suo bene che gli grida: addio!”. Anche qui, se stiamo lealmente e semplicemente alla nostra esperienza umana, tutto questo è “qualcosa” che ognuno di noi ha potuto e può verificare nel corso della sua vita, del suo rapporto quotidiano con la realtà.
Mi ha sempre colpito la condivisione di Cesare Pavese, scritta nel suo diario appena tornato dalla premiazione del premio Strega per il suo romanzo La bella estate: “Tornato da Roma, da un pezzo. Roma, apoteosi. E con questo?…”. Come a dire: “Tutto questo serve a rispondere all’attesa del mio cuore, al grido del mio cuore, a riempire il vuoto del mio cuore?”. Come a dire: “Tutto questo è utile per svegliarsi al mattino, tirarmi giù dal letto per affrontare questa vita, per colmare questo abisso del cuore, questo vuoto che sembra incolmabile, per affrontare l’urto del tempo che passa e porta via tutto, per rispondere a questa incapacità profonda di affrontare la realtà di tutti i giorni? Tutto questo è utile per rispondere e uscire dallo smarrimento, dalla confusione, dalle angosce e paure che attanagliano la testa e l’umano fin dal primo mattino?”.
Queste domande viscerali - con tutti i sintomi evidenti che segnano più che mai il nostro tempo come esperienza personale e come realtà tangibile nelle persone che incontriamo - sono proprio la più grande testimonianza della portata, e quindi dell’irriducibilità, del nostro cuore. Sono la drammatica testimonianza dell’urgenza imprescindibile della domanda che Gesù pone ai Suoi e che proprio adesso sta ponendo a noi: “A che serve guadagnare il mondo intero se poi non solo perdi te stesso, ma soprattutto non trovi la possibilità di te stesso, non trovi una risposta adeguata e permanentemente soddisfacente il tuo cuore e la tua vita?”.
Si può decidere di non prendere sul serio questo nostro malessere, questa nostra insoddisfazione, questo vuoto che ingoia le nostre giornate. Possiamo tentare di distrarci e di mascherare questo malessere, questa nostra inquietudine, il nostro smarrimento, la nostra confusione e le nostre paure, e possiamo farlo con ogni tipo di godimento e di piacere superficiale, con ogni tipo di “droga” o con il raggiungimento di qualsiasi tipo di successo: ma il malessere rimane; la confusione, lo smarrimento, la paura rimangono; l’inquietudine, il vuoto e l’insoddisfazione del cuore non possono essere eliminati e, prima o dopo, riemergono in maniera prorompente e portano il loro conto salato. Lo vediamo anche dall’emergere delle più svariate e deleterie dipendenze, dalla crescente realtà di una violenza inaudita o di gesti autolesionisti che sono sempre più all’ordine del giorno e che particolarmente coinvolgono i nostri giovani, i nostri ragazzi, come espressione di un malessere, di un disagio profondo, di un disorientamento, di uno smarrimento, di una tristezza, di una solitudine, di una paura che segna radicalmente la loro anima, il loro essere, rispetto alla vita e alla realtà, rispetto al significato della vita e della realtà, rispetto alla felicità; come espressione di un grido intimo e pressante, quasi sempre inconsapevole, spesso nascosto da maschere di forzate risate e di apparente risolutezza: un grido del cuore verso una felicità, rispetto al desiderio di felicità, che non sanno decifrare e che sentono e vedono inascoltato, che non trova negli adulti attenzione, interlocuzione o delle ipotesi concrete, reali di risposta. Anzi, che si scontra con una realtà di adulti inconsistenti e incapaci di risposte rispetto al dramma della vita e della realtà; di adulti che vivono lo stesso vuoto, lo stesso malessere, le stesse paure e che tentano anche loro di evadere, di fuggire, di dimenticare nelle più svariate forme di “occupazioni” professionali e mondane - come diceva Montale, “ammazzando il tempo”.
Ma il cuore, come ha detto una volta Papa Francesco, non possiamo “photoshopparlo”. La realtà della sua portata infinita e della sua irriducibilità riemerge sempre, è qualcosa di ineludibile, resistente e indomabile e, prima o dopo, si fa sentire. Scriveva Dostoevskij in Memorie dal sottosuolo: “C’era qualcosa che non moriva, dentro di me, in fondo al mio cuore e alla mia coscienza: qualcosa che non voleva morire e che si manifestava sotto forma di una bruciante angoscia”. Ne sono un’evidente testimonianza anche molti dei testi delle canzoni più note, di cantanti o rapper tra i più famosi. Abbiamo ascoltato le parole della canzone della Vanoni: “Io non me la posso inventare”: io non posso inventare quella presenza capace di colmare e soddisfare questa voragine che è il mio cuore. È struggente anche la sincerità di Lady Gaga nella canzone Shallow: “Dimmi una cosa ragazza, sei felice in questo mondo moderno? O hai bisogno di qualcosa in più? C’è qualcos’altro che stai cercando?… Dimmi una cosa ragazzo, non sei stanco di provare a colmare questo vuoto?”. Così come le parole di Demi Lovato che, dopo aver provato di tutto - possiamo dire di lei, dopo ad aver guadagnato il mondo intero - si ritrova questo grido incontenibile del suo cuore: “Ho bisogno di qualcuno, per favore mandatemi qualcuno… Ho bisogno di qualcuno…”. Sì, perché come diceva Marracash: “Si può riempire il tempo ma non il vuoto”.
Nicolino Pompei