QUELLO CHE ABBIAMO DI PIÙ CARO

…e perde il meglio, cioè Tutto

Brano di Nicolino Pompei tratto dall’approfondimento “…tutti Ti cercano”

Ritengo molto utile, in questo momento, incontrare la figura del giovane ricco. Anche lui evidentemente è stato colpito e attratto dalla persona di Gesù. Per questo un giorno decide di andare a cercarlo per parlare con Lui. Questo giovane, nonostante sia un devoto osservante di tutti i comandamenti di Dio, sente dentro di sé, nel suo cuore una profonda mancanza. Cerca la vita eterna, cerca quel “di più” che sente mancargli e che la sua devozione non riesce a soddisfare. Allora va a cercare Gesù e, trovatolo, gli domanda: “«Maestro, che cosa devo fare di buono per avere la vita eterna?». Egli gli rispose: «Perché mi interroghi su ciò che è buono? Uno solo è buono. Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti»… Il giovane allora gli disse: «Maestro tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza; che cosa mi manca ancora?». Gesù gli disse: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi e dallo ai poveri; poi vieni e seguimi». Ma egli, udito questo, se ne andò triste; poiché aveva molte ricchezze”.

Siamo di fronte ad un giovane che va a cercare Gesù perché sente che quell’uomo può aiutarlo a capire la natura di quella mancanza profonda che sente nel cuore, nonostante tutta la sua devozione e osservanza ai comandamenti di Dio. Sente che in qualche modo Gesù potrà rispondergli e indicargli una strada. E Gesù lo accoglie, lo ascolta, stima la sua domanda, riconosce la bontà della sua devozione; fa tutto il cammino con lui e lo accompagna a comprendere che tutto quello che finora ha vissuto è stato solo un preludio buono per incontrare proprio la sua presenza. Gesù si serve di ciò che questo giovane gli domanda e condivide per portarlo pian piano a capire che la sua inquietudine e la sua mancanza non hanno bisogno di qualche altro comandamento, di qualcos’altro di buono da fare, ma solo di andare fino in fondo a quella mancanza del cuore per riconoscere proprio in Lui, nella sua presenza, quello che gli mancava. Gesù è quella presenza che gli mancava, la pienezza che quella mancanza reclamava: quella presenza adesso è davanti a lui, chiedendogli di lasciare tutto, di seguirlo fino in fondo attaccandogli la vita; di lasciare tutto, arricchendo dei suoi beni materiali i poveri, per seguire Lui, la vera e unica ricchezza del cuore. La presenza di quel “di più” che sentiva urgere prorompente nel suo cuore come domanda e come mancanza, nonostante tutta la sua devota osservanza, è ora davanti al suo sguardo nella presenza di Gesù.

Ma il suo attaccamento alla ricchezza, il suo attaccamento ad un’immagine di sé e della vita vincono sulla proposta di Gesù, e il giovane decide di non seguirlo. Sembra più attaccato ai suoi beni, alle sue immagini che al suo cuore, nonostante che il cuore - in tutta la sua profonda inquietudine, condivisa da lui stesso apertamente - gli “rinfacci” l’inadeguatezza e l’inconsistenza di questo attaccamento. Di fatto, sottomette quel presentimento verso Gesù, il sentire che Lui in qualche modo possa essere la risposta alla sua inquietudine - tanto da andare a cercarlo - all’incombenza delle sue immagini, all’attaccamento ai suoi beni. E di fronte alla risposta di Gesù, contraddicendo il suo cuore, si arresta e non va fino in fondo a ciò che lui stesso aveva cercato e domandato, mostrando di non essere così leale e così preso da quell’inquietudine del cuore, e di cercare una risposta che non compromettesse la sua immagine di vita, il suo attaccamento ai beni personali, anche la sua acquisita devozione: insomma, il suo essere tutto centrato su sé stesso. Quel giovane cercava da Gesù altre cose buone da fare ma non cercava Gesù, quella presenza che il suo cuore aveva in qualche modo presentito e spinto a cercare. E se ne va triste. Più si allontana da Gesù più viene invaso da una profonda tristezza, che gli sale fino al volto. È quella profonda tristezza che abita il cuore di un uomo che non asseconda, fugge o riduce la sua più assoluta e profonda esigenza, tentando di pacificarla o soddisfarla con risposte e realtà auto-concepite, auto-immaginate o rastrellate dal mondano, non riuscendoci evidentemente mai. Una profonda tristezza che però contemporaneamente si mostra come la nostra più grande e drammatica alleata, perché segno inequivocabile della irriducibilità del cuore a qualsiasi risposta o realtà che non sia la presenza di Colui per cui è fatta ed è data la vita, che non sia la presenza di Gesù: l’unica vera ricchezza e l’unico bene anelato dal cuore.

Tutto l’essenziale richiamo che emerge da questo episodio deve ora profondamente interrogare ciascuno di noi. È qualcosa che deve essere sempre accolto, compreso e verificato. Ci riguarda sempre. A partire dalla verifica di quale sia la reale ricchezza a cui siamo attaccati. Le prime ricchezze da vagliare non sono immediatamente quelle che riguardano i beni materiali, ma quelle legate alle nostre immagini e alla nostra misura;legate a quelle immagini, a quei pensieri, a quella mentalità e a quelle misurazioni con cui - anche molto nascostamente - continuiamo a pensare e a concepire la vita in tutti i suoi fattori. E alle quali di fatto sottomettiamo il nostro rapporto con Gesù e la nostra appartenenza.

Come più volte ho richiamato, possiamo ancora stare qui, dopo venticinque anni, sottomessi e compromessi da una nostra immagine di Gesù e della nostra compagnia. Possiamo vivere e partecipare a tutto, ripetere parole e definizioni sul cuore, su Gesù, sull’amicizia, sulle opere in nome di Gesù, sulla nostra presenza nel mondo, ma con una profonda estraneità, fino alla più grave: quella della presenza di Gesù dal nostro cuore. E quindi ritrovarci ad essere più presi dal favoreggiamento e dall’incidenza delle nostre immagini - anche immagini su Gesù e sulla compagnia - che dalla reale presenza di Cristo, dalla domanda e dall’attesa della sua presenza come assoluto e imprescindibile bisogno, per cui solo aderiamo alla nostra compagnia.

Questo giudizio di verifica deve trovarci sempre desiderosi, leali, umili e vigili per quello che rischiamo di compromettere in noi come verità, pienezza e felicità. Come abbiamo visto nel giovane ricco. Perché anche noi, come quel giovane, possiamo cercare Gesù, possiamo dire di cercare Gesù, ma non come avvenimento fondante e decisivo. Possiamo stare nella domanda e nell’attesa di Gesù senza attenderlo veramente, senza attendere, desiderare e amare davvero la sua presenza, senza attendere e amare veramente la risposta e la modalità della sua presenza; senza essere disponibili a sottometterci alle condizioni e alle modalità attraverso cui Gesù si fa riconoscere, ci risponde e ci chiede di seguirlo:ritrovandoci così a cercarlo come un sostegno o una specie di “spunto” - riconosciuti anche buoni e necessari –che vanno però a favorire delle immagini, dei nostri progetti di vita, delle idee esistenziali a cui siamo intimamente, radicalmente attaccati e che non siamo disposti a vedere, farci toccare e a lasciare, perdendo di fatto il meglio, il massimo e quindi proprio tutto. Sì, perdiamo proprio tutto se perdiamo il meglio e il massimo. Perché la realtà è Cristo, perché il cuore non cerca e non attende nient’altro all’infuori di Lui, perché la vita si guadagna solo, veramente, massimamente in Lui, e tutto ci è dato per lasciarla guadagnare in Lui. E solo alla sequela di Gesù e lasciando attaccare la vita a Lui si vive e si può vivere tutto, fino in fondo, intensamente, interamente, veramente e massimamente: dalla moglie ai figli, dal più estraneo al più prossimo, dal lavoro al tempo libero, dalle circostanze più banali a quelle più drammatiche. Tentare di evitare o attutire la realtà di questo richiamo comporta, prima o dopo, una sicura conseguenza: quella medesima e profonda tristezza che invase il cuore di quel giovane mentre si allontanava da Gesù. Una profonda tristezza, ve lo ripeto, comunque paradossalmente alleata per chi ha a cuore la vita, perché segno evidentissimo di un sentimento di irriducibile nostalgia per un bene assente che niente e nessuno può quietare e soddisfare al di fuori della presenza di Cristo. Così la descrive Dostoevskij ne I Demoni: “Quell’eterna, sacra (santa) tristezza che qualche anima eletta, una volta che l’abbia assaporata e conosciuta, non scambierà poi mai più con una soddisfazione a buon mercato”.

Quel giovane, invece che lasciarsi aiutare a giudicare fino in fondo quella mancanza profonda che lo aveva spinto a cercare Gesù, avrebbe voluto da Lui solo un’ulteriore indicazione su altre cose buone da fare per rispondere a quella sua mancanza. Non era disposto ad andare oltre, a mettere in discussione le sue ricchezze, il suo attaccamento ad esse, il suo essere tutto centrato su sé stesso –(anche nell’apparenza di una ineccepibile devozione), nonostante tutto mostrasse evidentemente l’assoluta incapacità di soddisfarlo e renderlo felice. La sua ineccepibile e coerente fedeltà ai comandamenti di Dio non solo non bastava al suo cuore, ma aveva anche continuato ad alimentare il suo essere centrato su sé stesso. Perché non basta nemmeno vivere in maniera ineccepibile i dieci comandamenti, la vita della Santa Chiesa, la vita della compagnia se tutto questo non ci decentra da noi stessi portandoci a Gesù e al suo Amore; se tutto questo non ci porta ad incontrare sempre e nuovamente Gesù, a lasciare attaccare la vita a Gesù, a lasciarla segnare e trasfigurare dal suo Amore. Tutto viene da Lui, è dato per Lui e in vista di Lui: compresi i comandamenti, la Chiesa e la compagnia. Guardate che anche la nostra stessa vocazione personale, le iniziative che prendiamo, le nostre opere, quello che facciamo nell’ambito della nostra vocazione o per la compagnia possono essere quei “molti beni” a cui siamo più attaccati che a Gesù. Possiamo ritrovarci più presi da una fattiva mobilitazione di noi stessi - anche dentro un’intensa spesa di energie - che dalla presenza di Cristo, che dovrebbe segnarne radicalmente la ragione e il vero dinamismo;una fattiva mobilitazione a cui possiamo assegnare la nostra preferenza e affidare la nostra consistenza più che a Gesù, anche se questa operatività è richiamata come conseguenza del suo Amore e della sua Volontà riconosciuta.

A questo proposito, ci siano sempre di monito, ma anche di conforto, le umilissime e luminosissime parole del santo cardinale Van Thuán, condivise da lui stesso nei racconti sulla sua prigionia e in alcune sue preghiere. “A causa del tuo amore infinito, Signore mi hai chiamato a seguirti, a essere tuo figlio e tuo discepolo. Poi mi hai affidato una missione che non somiglia a nessun’altra, ma con lo stesso obiettivo degli altri: essere tuo apostolo e testimone. Tuttavia, l’esperienza mi ha insegnato che io continuo a confondere le due realtà: Dio e la sua opera. Dio mi ha dato il compito delle sue opere. Alcune sublimi, altre più modeste; alcune nobili, altre più ordinarie. Impegnato nella pastorale in parrocchia, tra i giovani, nelle scuole, tra gli artisti e gli operai, nel mondo della stampa, della televisione e della radio, vi ho messo tutto il mio ardore impiegando tutte le capacità. Non ho risparmiato niente, neanche la vita… Mi è anche capitato, in pieno successo, mentre ero oggetto di approvazione, di elogi e di attaccamento per tutti, di essere all’improvviso spostato e cambiato di ruolo. Eccomi, allora, preso dallo stordimento, vado a tentoni, come nella notte oscura. Perché, Signore, mi abbandoni? Non voglio disertare la tua opera. Devo portare a termine il tuo compito, ultimare la costruzione della Chiesa… Davanti al tuo altare, accanto all’Eucaristia, ho sentito la tua risposta, o Signore: sono io Colui che tu segui e non la mia opera. Se lo voglio mi consegnerai il compito affidato. Poco importa chi prenderà il tuo posto. È affar mio. Tu devi scegliere me!”. In un altro tratto dei suoi racconti, il “santo” cardinale condivide la medesima esperienza con queste parole: “Una notte, dal profondo del mio cuore, ho sentito una voce che mi suggeriva: perché ti tormenti così? Tu devi distinguere tra Dio e le opere di Dio. Tutto ciò che tu hai compiuto e desideri continuare a fare… tutto questo è un’opera eccellente, sono opere di Dio, ma non sono Dio! Se Dio vuole che tu abbandoni tutte queste opere, mettendole nelle sue mani, fallo subito e abbi fiducia in Lui… Tu hai scelto Dio solo, non le sue opere!… Ma il Signore mi ha chiamato a seguire Lui o queste iniziative?... Nei tredici lunghi anni di prigione, di isolamento, ho imparato a scegliere Dio e non le opere di Dio”.

Dopo l’ascolto di questa umilissima testimonianza, è per me un dovere del cuore insistere sulla domanda: siamo certi di volere Gesù? Quand’è l’ultima volta che ci siamo sorpresi ad avere bisogno di Lui, a domandarlo, a cercarlo, ad attenderlo? (Non un Gesù a nostra immagine e somiglianza, sottomesso alle nostre immagini, ma proprio Gesù…). Siamo certi di desiderare solo Lui, nient’altro che Lui? Siamo qui per attenderlo ancora;per attendere Lui e tutta la vita da Lui? O siamo qui per attendere da Lui “quello” che abbiamo già stabilito come oggetto, immagine, perimetro della nostra attesa e della nostra consistenza? (Attenti bene: un oggetto, un’immagine, un perimetro che possono anche avere a che fare con la nostra vocazione personale, con la vita della compagnia, con le opere e con le opere di Dio…).

È una verifica che riguarda tutti e ci riguarda sempre. E che dobbiamo accogliere e favorire senza alcun timore, perché di mezzo c’è sempre la verità, il bene, la pienezza e la felicità della nostra vita e di chi la incontra.

Nicolino Pompei

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